‘Abd r-Razzâq Yahyâ (Charles-André Gilis): La fanciulla di nove anni (comprensivo di uno studio del medesimo autore sullo Zolfo Rosso e di una Postfazione dell’editore italiano)

Nei lignaggi più puri ed elevati del Tantrismo la fanciulla di nove anni è la teofania essenziale, l’identità segreta della Grande Dea e non è conosciuta esteriormente che per il suo attributo di Lalitâ, ‘Quella che gioca’. Essa manifesta l’autorità suprema assolutamente incondizionata dell’Essenza divina; fa sovranamente quello che vuole senza alcun arbitrio in un modo che sfugge ad ogni conoscenza esteriore. Pur comprendendo ogni cosa, essa resta incomprensibile. Non è ‘costretta’ dalla propria scienza perché è lei che determina ciò che può essere saputo e conosciuto. Iniziaticamente essa è il Maestro per eccellenza, del quale conviene ricercare la soddisfazione senza perseguire alcuna idea di retribuzione o di ricompensa. L’insieme degli esseri è sotto la sua dipendenza, di modo che essa non deve niente a nessuno. La via per pervenire a lei è quella della servitù perfetta. Essa può manifestarsi in modo sensibile, con un corpo vero, puro e ‘luminoso’, a colui che ha raggiunto l’effettiva Conoscenza suprema, quella dello shrî-vidy

‘Abd r-Razzâq Yahyâ (Charles-André Gilis): La fanciulla di nove anni
(comprensivo di uno studio del medesimo autore sullo Zolfo Rosso e di una Postfazione dell’editore italiano)

Campegine (RE) Gennaio 2012, Edizioni Orientamento/Al-Qibla, 127 pagg., euro 13,20
ISBN
978-88-89795-14-9  Ordinazione Libro

Lo studio di Gilis sulla Fanciulla di nove anni prende spunto da un’intuizione di Michel Vâlsan (nell’Islam Mustafâ ‘Abdu l-‘Azîz), che comprese la strettissima analogia esistente tra due visioni: da una parte quella riportata nelle prime pagine della Vita nova, in cui Dante vede apparire nella propria camera “uno segnore di pauroso aspetto” che afferma di esserne il dominus, e che tiene in braccio Beatrice, nella figura di una “persona” che dormiva “nuda” e avvolta “in uno drappo sanguigno leggermente”; dall’altra quella riportata nel Sahîh di Al-Bukhârî in cui l’Angelo mostra al Profeta Muhammad (su di lui la preghiera e la pace divine) la giovanissima ‘Aysha avvolta “in un drappo di seta (fî saraqatin min harîr)”, e gli dice: “Questa è tua moglie: scoprila.” Partendo da questo, e svelato il carattere non certo casuale di tale coincidenza, Charles-André Gilis (‘Abdu r-Razzâq Yahyâ nell’Islam) sviluppa nel presente testo un’argomentazione che fa intervenire, a sicura prova di come la ‘fanciulla di nove anni’ possa simboleggiare una Teofania essenziale, un terzo elemento, dopo quello islamico e quello dantesco: si tratta della grande Dea del Tantrismo, conosciuta esteriormente con il nome di Lalitâ, ‘Colei che gioca’, e accomunata alle figure di ‘Aysha e di Beatrice tra l’altro anche dalla giovanissima età. Il volume è corredato da uno studio del medesimo autore sul simbolismo relativo alla denominazione di Zolfo Rosso, attribuita nell’esoterismo islamico ad Ibn ‘Arabî (studio apparso in Francia assieme a quello sulla Fanciulla in un’unica pubblicazione nel 2006, e ad esso collegato da diversi punti di vista), e da una Postfazione dell’editore italiano (nella quale si sviluppano alcune delle deduzioni che si possono trarre da quest’opera di Gilis, in particolare a proposito dell’origine ‘muhammadiana’ dall’influenza spirituale veicolata da Dante).

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Dalâ’ilu l-Khayrât ovvero le indicazioni dei Benefici e gli irraggiamenti delle Luci (nella menzione rituale della Preghiera sul Profeta Prescelto)

Si tramanda dallo Shaykh Hasan Al-‘Adawî che i Dalâ’ilu l-khayrât furono composti a Fes, e che il motivo della composizione del libro fu il seguente: un giorno, venuto il tempo della preghiera e volendo lo Shaykh Al-Giazûlî fare l’abluzione minore in vista di essa, ecco che non riusciva a trovare nulla con cui poter estrarre l’acqua dal pozzo. Era in quel frangente, quando una fanciulla (sabiyya), che stava in un luogo elevato, lo vide e gli chiese: “Chi sei?” Lui le spiegò chi era, e lei disse: “Tu sei quel tale uomo che viene elogiato per il bene, e rimani perplesso su come fare a tirar fuori l’acqua dal pozzo?” Quindi sputò nel pozzo, e l’acqua ne scaturì sino a scorrere sul terreno. Dopo che ebbe terminato di fare l’abluzione minore, lo Shaykh disse: “Ti scongiuro: dimmi, come hai raggiunto questo grado?” Lei rispose: “Con le frequenti preghiere su colui che quando camminava in terre desolate, gli animali selvatici si aggrappavano ai lembi dei suoi abiti: su di lui la Preghiera e la Pace divine!” Al-Giazûlî allora giurò che avrebbe scritto un libro sulla Preghiera sul Profeta (as-salât ‘alâ nnabiyy).

Al-Giazûlî, Muhammad ben Sulaymân: Dalâ’ilu l-Khayrât
ovvero le indicazioni dei Benefici e gli irraggiamenti delle Luci (nella menzione rituale della Preghiera sul Profeta Prescelto)
Campegine (RE) gennaio 2012,
Edizioni ‘Orientamento/Al-Qibla’,
(testo e traduzione) pagg. IV + 214, euro 14,90
ISBN 978-88-89795-12-5 Ordinazione Libro

(edizione commentata)
pagg. XVIII + 360, euro 21,70
ISBN 978-88-89795-10-1 Ordinazione Libro

Presentiamo in due distinte edizioni (una contenente solo il testo e la traduzione, e pensata soprattutto per la lettura ‘rituale’, e l’altra compiutamente commentata, per una comprensione più approfondita) quella che può essere considerata la principale raccolta tradizionale di ‘Preghiere sul Profeta’, e cioè i Dalâ’ilu l-khayrât di Muhammad Al-Giazûlî, composti nel IX secolo dall’Egira (o diciamo nella prima parte del XV secolo dell’era cristiana). Scritti secondo la tradizione per ispirazione di una fanciulla (come viene spiegato nella nostra Prefazione), i Dalâ’il ebbero (e tuttora hanno) una diffusione notevole in tutto il mondo islamico, e vengono considerati un veicolo della baraka (la ‘benedizione’, o più precisamente l’‘influenza spirituale’). Il testo è suddiviso in ‘litanie’ (ahzâb) da recitare una per ogni giorno della settimana (due per il Lunedì), e accompagna il lettore ad intendere il senso della ‘Preghiera sul Profeta’ (in arabo as-salât ‘alâ n-nabî) e a trarne vantaggio spirituale, ciò che è vero specialmente se si mette in atto la ‘recitazione rituale’ dei Dalâ’il. Si consideri che la salât ‘alâ n-nabî è per il musulmano un obbligo di istituzione divina, in ragione del versetto coranico in cui è detto «Invero Allah e i Suoi Angeli pregano sul Profeta: oh voi che avete fede, pregate su di lui, e rivolgetegli il saluto di Pace» (XXXIII, 56): il valore di questa prima traduzione italiana dell’opera di Al-Giazûlî è dunque legato non solo all’intrinseca importanza dei Dalâ’il, ma anche al fatto che per la prima volta viene considerato con attenzione (anche a livello teorico, nell’‘edizione commentata’) il rito della ‘Preghiera sul Profeta’, rito mai studiato dagli orientalisti e a volte obliato dai Musulmani stessi, specialmente da quelli maggiormente condizionati dal ‘modernismo’.

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Cheikh Abu-l-Hasan ibn Sâyagh: « A notre début, nous faisions la prière du matin avec l’ablution de la prière de nuit (‘îchâ) durant des années, lorsqu’il arriva qu’un de nous dormit une nuit : nous le considérions comme le meilleur d’entre nous. »

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La religion de ceux qui ne peuvent rien (sans la grâce de Dieu) (dîn al –’ajâ’iz) est notre refuge et notre doctrine, elle se montre en tout homme doué de discernement. ( Ibn Arabî, La profession de foi)

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Hadith

Jaber bin Samora a relaté: “J’ai vu le Prophète – que Dieu lui accorde la grâce et la paix-, par une nuit claire, porter une houlla rouge. Je les regardais, lui et la lune; il était manifeste pour moi qu’il était plus beau que celle-ci.” (Hadith- Tirmidhi)

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Silence d’hiver

Comptant ses piécettes
Il fait du bruit, le mendiant
Et quel froid!

 Masuoka Shiki (1867-1902)

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Fana’ et baqâ’

La Divine Réalité Essentielle (al-Haqiqatu-l-Ilâhiyya), qui est le but de la voie de connaissance métaphysique, ne peut être contemplée que par une réalisation qui est d’une part, extinction (fana’) de ce qui est relatif et contingent dans l’être, ou dans l’”œil” contemplant, d’autre part, “permanence” (baqâ’) de ce qui, en celui-ci, est absolu et nécessaire. Cela n’implique aucun changement de nature, aucune altération ou suppression d’essence, et n’aboutit à aucun résultat qui ne préexisterait pas. Ce qui s’éteint est par définition caduc et de toujours en état d’extinction, ce qui reste a été immuablement le même de toute éternité. La Vision seule apparait, ou s’énonce comme nouvelle dans cet “œil”.

Cette Vision est appelee ici ‘Aynu-l-Jam’i wa-l-Wujud, ce qu’on peut traduire par “l’Œil de l’Union et de l’Etre Pur” ou encore “l’Œil de la Synthese et de la Realisation”, etc.

(Ibn Arabî, Le livre de l’extinction dans la contemplation, traduit de l’arabe et annoté par Mustafa ‘Abd al Aziz (Michel Vâlsan), p.10)
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